«Sì, l'ho fatto»: la confessione di İlker — Innocence, anticipazioni 30 e 31 agosto

Aula di tribunale gremita, una giovane donna in piedi davanti al banco del giudice

İlker prova a fuggire all'alba e rientra in aula come se nulla fosse. Ela dichiara di ricordare tutto e la sua testimonianza ribalta il processo. Ma il ricordo che manca è quello di una gravidanza perduta.

Un aereo all'alba, un'aula che aspetta un imputato che non arriva, una ragazza che dichiara di ricordare ogni dettaglio. Le puntate del 30 e 31 agosto ribaltano il processo due volte: la testimonianza di Ela alleggerisce la posizione di İlker, poi un ricordo rimosso lo inchioda davanti a tutti.

La fuga all'alba e il rientro in aula

All'alba İlker si prepara a partire e saluta la madre. Hale gli dice che il legame che li unisce resterà intatto ovunque lui vada, e che crederà nella sua innocenza fino all'ultimo respiro. In tribunale il banco della difesa resta vuoto: İsmail chiede alla moglie dove sia finito loro figlio, lei tiene gli occhiali da sole e parla di un orzaiolo, ma quando li sposta ha gli occhi gonfi. İrem, Harun ed Ela capiscono tutti la stessa cosa. Il legale di İlker giustifica l'assenza con un'influenza improvvisa; il giudice è scettico sulla tempistica, l'avvocato di Ela chiede l'arresto immediato per rischio di fuga. Harun si alza per denunciare la scomparsa e in quel momento İlker entra in aula.

«Ricordo tutto»

La notizia Ela l'aveva tenuta per sé, senza dirla nemmeno ai familiari: la memoria è tornata. L'avvocato la rimprovera per non averla avvertita, perché è un tema da affrontare in pubblico, ma si va avanti lo stesso. In famiglia l'annuncio è accolto tra stupore e speranza, poi cala un silenzio inquieto. In aula il legale comunica che la ragazza, dichiarata amnesica dopo i gravi maltrattamenti, è pronta a testimoniare.

L'odore, il tatuaggio, i guanti

Ela racconta di essere stata colpita con una sedia, poi indicata dal procuratore come arma dell'aggressione. Cadde a terra e si rannicchiò; İlker avanzò ancora con la sedia in mano, per poi gettarla via senza colpirla di nuovo. Si rifugiò in bagno per pulire il sangue dal viso, sentì un rumore, uscì gridando decisa a denunciarlo. Poi il buio e il colpo alla testa da dietro. Non ha visto il volto dell'aggressore, ma esclude che fosse İlker: non ne aveva l'odore. E i dettagli non tornano, insiste: quella notte lui indossava un maglione grigio e il tatuaggio gli arrivava fino al polso, mentre chi la colpì portava guanti e aveva la manica sollevata, senza segni sulla pelle. La difesa prova a fermarla citando i referti psichiatrici e neurologici, lei prosegue.

Bahar non ci crede

Fuori dall'aula Bahar è convinta che la figlia sia stata manipolata e accusa la difesa di approfittare della sua fragilità. Hale ringrazia per il sostegno ricevuto, ma evita di rispondere sull'accusa della sedia. A casa Bahar giura di controllare computer e telefono di Ela, poi chiede alla psicologa un rapporto per il procuratore: la dottoressa rifiuta per motivi etici, può al massimo segnalare un «potenziale di autoinganno». Alla figlia confisca il cellulare e le lascia un vecchio apparecchio con la SIM bloccata. In casa Ilgaz, intanto, Hale ha distrutto la scheda del telefono segreto con cui İlker contattava la ragazza e gli ricorda che nulla è chiuso: le prove restano in piedi, il processo è fissato per aprile.

La dichiarazione che finisce sui giornali

İlker in aula sceglie il silenzio, ma una sua dichiarazione scritta consegnata alla procura trapela alla stampa. Nel documento racconta che Ela arrivò da sola alla casa di Riva, furiosa per il matrimonio, che lo schiaffeggiò e che nella colluttazione per il telefono lui cadde contro una sedia: forse la colpì per sbaglio, nega di averlo fatto di proposito. Dice di essere fuggito verso la riva perché troppo ubriaco per guidare e di essere tornato più tardi, trovando la casa al buio, il sangue sulle mani, i mobili rovesciati. Bahar parla di una frode costruita per far apparire la figlia come l'aggressore, İsmail liquida tutto come una «fiaba».

Il tassello che manca

Il racconto torna indietro, a quando İrem si tolse l'anello sotto casa di Ela. Allora İlker si disse stanco di sei anni di relazione vissuti come una gabbia e confessò di amare Ela. Poco dopo le mentì sull'approvazione del padre e tornò da İrem con un mazzo di rose, rimettendole l'anello al dito. In quello stesso periodo Ela ebbe un malore e scoprì di essere incinta. Al presente İlker confida alla madre il timore di un test del DNA. Ela, davanti alla psicologa, si tocca la pancia ripetendo che manca qualcosa; all'uscita dall'ospedale incrocia alcune donne con i passeggini e si inginocchia a terra in lacrime.

«Sì, l'ho fatto»

La famiglia Ilgaz è a cena quando suona il campanello. È Ela: guarda İlker e dice di aver perso un figlio già atteso, con un nome scelto. Hale grida che sta mentendo, İrem chiede al marito di smentire, Harun pretende una risposta. Messo alle strette, İlker cede: «Sì, l'ho fatto. Sì, l'ho fatto. Mi avete sentito, sono stato io». Ela si asciuga le lacrime e se ne va, İrem quella notte torna a casa con il padre. Rimasta sola, Hale rimprovera il figlio per aver ammesso in pubblico la gravidanza e lui risponde spento: «È finita. Neanche tu puoi salvarmi». Poi la donna prende il telefono e chiama Banu: devono portare avanti il piano previsto fin dall'inizio. La mattina dopo Banu mette le carte in tavola: l'aborto di Ela sarà usato come arma contro di lei in tribunale.

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Serie: Innocence

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