Io sono Farah, la recensione: un'idea di ferro, poi il calo

Immagine promozionale di Io sono Farah: una donna con i lunghi capelli scuri e la camicetta bianca e un uomo con la barba brizzolata e la camicia nera, viso contro viso davanti a un cielo nuvoloso

Ventisette episodi turchi diventati ottantanove puntate italiane. La prima stagione di «Io sono Farah» è un thriller con l'orologio addosso; la seconda si allarga, si ripete, e il finale sceglie la via più comoda.

Ventisette episodi turchi diventati ottantanove puntate italiane, dal 28 luglio 2025 al 13 marzo 2026 su Canale 5. «Io sono Farah» parte da un'idea che si regge da sola — una testimone che non può denunciare, un sicario che non riesce a uccidere — e la tiene stretta per tutta la prima stagione. Poi la molla si allenta, e la seconda metà non ritrova mai quel passo.

Un vincolo che non lascia scampo

Farah Erşadi è un medico iraniano senza documenti a Istanbul: fa le pulizie nelle case altrui per pagare le cure del figlio Kerimşah, nato con una grave immunodeficienza. Una sera vede Tahir Lekesiz uccidere un uomo. Denunciare significherebbe l'espulsione e la fine delle cure; eseguire l'ordine di eliminarla, per lui, si rivela impossibile. Fine della premessa.

È un congegno che funziona perché non ha uscite di sicurezza. Per una stagione intera ogni scena ha una ragione di esserci: la serie non deve inventarsi ostacoli, ne ha già uno che tiene tutti fermi al loro posto. Non è un caso. «Adım Farah» è l'adattamento di «La chica que limpia», serie argentina del 2017, un'idea che aveva già attraversato più mercati prima di arrivare in Turchia. La prima parte è un thriller con l'orologio addosso, non una soap.

Demet Özdemir tiene il centro

Demet Özdemir arriva a Farah da una carriera costruita sulle commedie romantiche, «Erkenci Kuş» su tutte, e qui le viene chiesto l'opposto: paura trattenuta, stanchezza, un corpo che continua a lavorare mentre la testa calcola. Le sue scene migliori sono quelle mute. Farah rannicchiata sotto la scrivania di Ali Galip con un registratore in mano, che ascolta chi ha sterminato la famiglia di Tahir, dice più di venti dialoghi.

E c'è il momento in cui la serie decide di non proteggerla: Ali Galip a terra con una scheggia di vetro nel petto, Farah che gliela sfila e lo lascia morire. «Tu non conosci la mia vera natura.» Da lì in avanti la protagonista è colpevole di qualcosa, e il racconto ne guadagna. Peccato che nella seconda stagione le tocchino lunghi tratti di pura sopportazione — sedata a sua insaputa, rinchiusa, sottoposta a un rito di «purificazione» — dove all'attrice resta soltanto da resistere. Lì il problema è la scrittura, non lei.

Il problema Tahir

Engin Akyürek fa quello che sa fare meglio: sta in silenzio e lascia lavorare il viso. Il guaio è che la serie vuole Tahir in due ruoli insieme, il boia e l'innamorato, e per tenerli in piedi sceglie la scorciatoia di rendere tutti gli altri peggiori di lui. Un uomo che uccide su commissione diventa accettabile perché intorno c'è di peggio.

Quando invece il conto viene presentato davvero, la serie funziona. La confessione al procuratore Salim — Tahir ammette di aver incastrato Farah nell'omicidio Akıncı per tenerla legata a sé — è la cosa più adulta della seconda metà. Ma arriva a pochissimi episodi dalla fine: è la domanda che il racconto aveva sotto gli occhi da decine di puntate e che aveva sempre aggirato.

L'anno che manca

La seconda stagione riparte quasi un anno dopo, e la scommessa è grossa: Farah vive in una villa elegante, Tahir è in carcere da 334 giorni, e si rivedono in tribunale perché il divorzio l'ha chiesto lei. Come rovesciamento è forte, e l'udienza resta una delle scene migliori delle due stagioni: lui che chiede soltanto di essere guardato negli occhi, lei che lo guarda e ripete la domanda.

Il problema viene dopo. Per spiegare l'anno saltato la serie deve tornare indietro, e i flashback si mangiano lo slancio appena costruito. Soprattutto, la verità — Farah è ricattata da un video, sta recitando una parte — viene messa in chiaro troppo presto. La domanda su cosa sia successo davvero in quell'anno dura poco, e resta una lunga corsa in cui chi guarda sa già tutto e aspetta soltanto che lo sappiano anche i personaggi.

Quando la serie si allarga troppo

Nella seconda parte entrano una famiglia iraniana, il contrabbando d'oro, una prigione al confine, un campo minato, poliziotti corrotti a decine. Feyyaz Duman nei panni di Behnam Azadi è l'acquisto migliore: la sua cattiveria è domestica, e per questo credibile. Il sedativo nel tè, la linea rossa in casa che Farah non può superare, il midollo che dice di aver donato al bambino e che non poteva donare.

Attorno, però, si sprecano personaggi. Vera Akıncı, la figura più interessante della prima stagione — la moglie che sapeva tutto e restava — finisce a vendere indirizzi al miglior offerente. Bade e Gönül reggono con Farah il segreto più pesante della serie, e vengono poi dirottate su una storia d'amore. E la malattia di Kerimşah, che era il motore emotivo di tutto, una volta risolta diventa una pedina come le altre. Il taglio italiano in puntate da poco più di quaranta minuti, per giunta, rende ancora più visibili le ripetizioni: Farah portata via, recuperata, portata via di nuovo.

Il finale si tira indietro

Da qui si racconta come va a finire. Tahir si frappone per proteggere il fratello durante la sparatoria, viene colpito, si spegne fra le sue braccia, e c'è il funerale. Poi un cancello si apre e lui è vivo: la morte era una messinscena per sparire e ricominciare, e Farah lo sapeva. L'idea di chiudere su una «vita ordinaria», dopo due stagioni di incubi, è giusta. Il modo di arrivarci no.

Per due stagioni la serie ha ripetuto che la violenza si paga, e all'ultimo si rifiuta di far pagare qualcuno. La finta morte, per giunta, svaluta all'indietro la scena più commovente della serata: quel dolore era una recita di cui a chi guardava non era stato detto niente. In Italia l'ultima puntata, venerdì 13 marzo in prima serata su Canale 5, ha raccolto 1.786.000 spettatori e il 16,5 per cento di share, dietro a «The Voice Generations» su Rai 1.

Il racconto puntata per puntata del gran finale sta in Il funerale di Tahir, e i retroscena della produzione in Non erano la prima scelta. Tutto sulle serie in Serie, e gli orari nel calendario.

A chi la consiglio

Vale il tempo di chi cerca una protagonista femminile che non chiede scusa e che regge un racconto criminale sulle proprie spalle: la prima stagione, presa da sola, è fra le cose migliori arrivate dalla Turchia negli ultimi anni, e Demet Özdemir vi trova il ruolo più grosso della sua carriera. Non vale il tempo di chi non sopporta i salti temporali, i rapimenti a catena e i personaggi che ripetono la stessa mossa per venti puntate. Chi guarda soltanto per Farah e Tahir arriverà dove spera, ma dovrà attraversare un bel pezzo di seconda stagione con la pazienza in mano.

Serie: Io sono Farah

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